Casi studio

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Abbiamo raccolto alcuni casi significativi degli ultimi anni per dare modo di comprendere al meglio il nostro operato nei diversi ambiti di competenza.

AHMED FDIL BRUCIATO VIVO: LA “GIUSTIZIA” NEL PROCEDIMENTO PENALE MINORILE

– ESTRATTO DI ARTICOLO REDATTO DALLA DOTT.SSA FEDERICA BOLLA E VINCITORE DI PREMI GIURIDICI QUALE MIGLIOR ARTICOLO IN AMBITO DI DEVIANZA MINORILE –

Il 13 dicembre 2017, a Santa Maria di Zevio, (Verona) Ahmed Fdil, “il Baffo”, clochard di 64 anni, veniva bruciato vivo all’interno della propria auto nonché propria abitazione. “Siamo andati a Santa Maria perché non avevamo niente da fare; […] davamo molto fastidio a quel signore, lo facevamo per noia”. Così si giustificavano gli autori del delitto, due ragazzi di 13 e 17 anni. L’Avv. Alessandra Bocchi assisteva Salah Fdil, il nipote di Ahmed.

Il processo penale minorile

Questo principio trova applicazione anche all’interno del processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. n°448/19881, il quale si differenzia dal processo penale ordinario poiché tende alla responsabilizzazione piuttosto che alla punizione del minore evitando, ove possibile, la misura più restrittiva della libertà personale, ovvero il carcere (Cass.Pen. n°78/1989 in armonia con il comma 3, art. 27 Cost. e l’art. 14, paragrafo 4, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York nel 1966).

Nell’ambito del processo minorile occorre ricordare che la legge dispone la non imputabilità per i minori infraquattordicenni (art. 14 D.P.R. n°448/1988), i quali non potranno rispondere del reato  commesso poiché si presuppone che la loro immaturità non gli permetta di comprendere appieno la loro condotta (art. 97 c.p.).

Tuttavia, nel caso in cui il minore venga ritenuto socialmente pericoloso sono previste misure di sicurezza quali la libertà vigilata e, nei casi più gravi, il collocamento in un riformatorio giudiziario (art. 224 c.p.). Se il delitto di natura non colposa è punito dalla legge con l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni è sempre ordinato il ricovero del minore nel riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni.

La messa alla prova

L’amico diciassettenne fu unico imputato dell’omicidio davanti al Tribunale dei Minori di Venezia che gli concedeva il beneficio della messa alla prova per tre anni, disponendone il collocamento in Comunità.

La messa alla prova, disciplinata dall’art. 28 del D.P.R., consiste nella sospensione del processo per un periodo di tempo entro il quale il minore svolgerà attività non retribuita funzionale alla sua rieducazione. L’istituto è applicabile a tutte le fattispecie di reato, prescindendo dalla loro gravità.

La sospensione viene disposta per un periodo non superiore a un anno; nel caso in cui il reato per cui si procede preveda la pena dell’ergastolo ovvero la pena della reclusione nel massimo non inferiore a 12 anni, il processo è sospeso per un periodo non superiore a 3 anni.

L’aspetto che evidenzia l’ingiustizia della vicenda è dato all’art. 29 del D.P.R.: “Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo […]”.

 “Lui era ancora vivo – ha detto un anziano che ha cercato di soccorrerlo – si lamentava, metà corpo era già fuori, ma era pieno di fiamme”.

I reperti rilevati in sede di ispezione cadaverica risultavano compatibili con quanto è di frequente riscontro nel caso di morti riconducibili a lesioni da calore (da fiamma diretta).

L’uomo morì carbonizzato alle ore 20:05 del 13.12.2017 come confermava l’esame autoptico effettuato sul cadavere2.

La violazione del diritto fondamentale del rispetto della dignità umana

Ai sensi dell’art. 10 del D.P.R., nel processo minorile non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato. La persona offesa non può costituirsi parte civile.

Com’è possibile che un uomo, bruciato vivo per noia, venga considerato l’antagonista nel procedimento minorile a carico di colui che lo ha privato della propria vita?

Articoli di stampa nazionale:
https://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/cronaca/21_giugno_27/baby-gang-senza-studio-lavoro-cerano-branco-orgoglio-violenza-ff5a77dc-d6ab-11eb-9326-2a8e1e559528.shtml https://www.repubblica.it/cronaca/2019/01/31/news/senzatetto_ucciso_e_bruciato_a_verona_sentenza_sospesa_e_messa_in_prova_per_il_17enne_imputato-217950792/ https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/veneto/clochard-bruciato-a-verona-disposta-messa-in-prova-per-17enne_3189070-201902a.shtml

INCINTA DI SEI MESI VIENE VIOLENTATA DA DUE SOLDATI AMERICANI – A LEI UN DOVEROSO RISARCIMENTO

1. La violenza sessuale

Verso le 02.30 del mattino del 15.07.2014  R.M.U. di professione prostituta, incinta di sei mesi, veniva avvicinata da due giovani di colore, due militari di nazionalità americana, che si fermavano dinanzi a lei a bordo di un’autovettura cabriolet di colore blu, offrendole la somma di € 200 per una prestazione sessuale.

Quella mattina, M. acconsentiva di salire a bordo con i giovani, sul sedile posteriore, indicando ai due un luogo poco distante dove appartarsi.

Tuttavia i ragazzi decidevano di recarsi verso una strada sterrata M. chiedeva a questo punto di essere riportata indietro. Giunti sul posto, i ragazzi si posizionarono sul sedile posteriore accanto alla donna e, afferrandole la testa per il capelli, la violentarono selvaggiamente e brutalmente, fino a strapparle il cuoio capelluto.

Le violenze avvenivano dentro e fuori dall’auto; M. veniva picchiata con pugni sul corpo, in particolare sul volto e sulla schiena, nonostante l’evidente stato di gravidanza. Le violenze avevano fine intorno alle 05.00; i giovani si impossessavano della somma di € 40 che M. aveva nella tasca della giacca e si allontanavano gettandole a terra il telefono e altri effetti personali.

La ragazza nel corso delle violenze avvenute fuori dall’auto ne aveva memorizzato il numero di targa; chiamava subito in suo aiuto un’amica che la raggiungeva e telefonarono al 112.

Alle 05.30 una pattuglia dei Carabinieri del Nucleo Operativo della compagnia SETAF di Vicenza giungeva sul posto.

M. venne portata al Pronto Soccorso ginecologico dell’Ospedale di Vicenza dove le venivano refertate le plurime violenze subite e veniva immediatamente sottoposta a individuazione fotografica riconoscendo gli aggressori in due militari americani.

Alle ore 13 del giorno medesimo i militari dell’Arma si recavano presso la caserma “Del Din” dove procedevano all’identificazione dei due militari nonché alla perquisizione dell’autovettura del conducente una Ford Mustang, la cui targa corrispondeva a quella indicata in querela dalla vittima.

All’interno della vettura veniva rinvenuto un perizoma di colore fucsia sfilacciato che, come confermato dalle analisi sulle tracce biologiche dei RIS CC Parma, apparteneva a M.

Effettuando ulteriori accertamenti sul veicolo sottoposto a sequestro venivano isolate e sequestrate varie formazioni pilifere, una fibra di colore fucsia di 2 cm rinvenuta sul sedile posteriore e due tracce dattiloscopiche rinvenute sull’esterno del finestrino dello sportello anteriore destro.

Gli esiti delle analisi biomolecolari compiute sui reperti rinvenuti nell’autodell’americano evidenziavano che alcuni capelli trovati nell’abitacolo appartenevano alla vittima.

Le analisi compiute dai RIS di Parma sui liquidi biologici prelevati con tampone vaginale effettuato sulla vittima evidenziavano un “assetto aplotipico maschile misto” contenente “le componenti alleliche degli aplotipi maschili” del G. e del M. 

2. Il processo

La notizia di reato veniva immediatamente iscritta nel R.G.N.R. presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza.

M. venne difesa dall’Avv. Alessandra Bocchi del Foro di Vicenza.

Due giorni dopo l’accaduto, il P.M. depositava richiesta di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dei due giovani contestando violenza sessuale di gruppo aggravata.

Il GIP ritenne che le modalità dell’azione ossia l’aver infierito nei confronti di una persona in stato di soggezione e minorata difesa per la condizione di prostituta, di donna incinta, per essere stata portata in un luogo ove lei non voleva e per essere stati, gli aggressori, in due, militari di professione e perciò avvezzi ad usare con efficacia una significativa forza, nonché l’assenza di ogni giustificazione al fatto mostrassero la chiara indole violenta e malvagia dei  prevenuti e il pericolo che essi potessero reiterare i reati.

3. La sentenza di condanna

Valutate le versioni di tutte le parti e sottolineate le continue contraddizioni degli imputati, l’intensità del dolo che ha caratterizzato il loro agire e la particolare riprovevolezza della loro condotta, il Giudice dell’Udienza Preliminare di Vicenza condannava gli imputati alla pena di sei anni di reclusione ciascuno, oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia in carcere, tenuto conto della diminuzione di pena per il rito abbreviato.

Dichiarava altresì gli stessi interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.

4. I diversi epiloghi della vicenda
4.1 Il risarcimento del danno

M., difesa dall’Avv. Alessandra Bocchi, non si costituiva in giudizio come parte civile nel procedimento penale di cui sopra.

L’Avv. Bocchi adottò una diversa strategia a tutela della propria assistita, consapevole della scarsa probabilità di poter ottenere un equo risarcimento da parte dei due imputati.

È risaputo che, con estrema frequenza, le autorità Usa chiedono all’Italia di rinunciare alla giurisdizione al fine di celebrare il processo dinanzi alla Corte Marziale americana: generalmente il Ministro della Giustizia italiano acconsente.

In questo caso il sindaco di Vicenza, in carica nel periodo in cui si svolgevano i fatti, si oppose preventivamente a un’eventuale richiesta da parte dell’Esercito americano di poter giudicare in patria i due soldati Usa, alla luce dell’art. 7 della Convenzione di Londra, ratificata nel 1956, il quale prevede che  in merito ai reati commessi dai militari NATO si voglia concedere la giurisdizione del Paese d’origine; un ostacolo non indifferente per le vittime italiane.

In via cautelare preventiva – scriveva il sindaco nella missiva indirizzata al Ministro della Giustizia – si chiede al Ministro di respingere un’eventuale richiesta di rinuncia alla giurisdizione italiana” ricordando che uno dei due militari era stato accusato in precedenza di un caso analogo che aveva visto per vittima una ragazza minorenne.

I due soldati americani saranno processati in Italia. Non ci sarà rinuncia alla giurisdizione” – l’allora Ministro Orlando annunciava la sua intenzione di respingere l’eventuale richiesta delle autorità statunitensi di far celebrare il processo negli Stati Uniti.

Da parte loro gli americani si rifanno alle intese che sussistono tra Italia e Usa.

«Secondo gli accordi Sofa (Status of forces Agreement), gli Stati Uniti chiedono alla nazione ospitante il trasferimento della giurisdizionein tutti i casi in cui personale militare statunitense è coinvolto».

M. venne sottoposta a plurime perizia effettuate direttamente dal distretto medico militare che le riconobbero un rilevante danno biologico Le venne altresì riconosciuto un disturbo da stress post-traumatico causa di disabilità sociale e fisica.

Alla luce di tali analisi l’esercito Usa risarciva – in seguito a lunga trattativa operata dall’Avvocato Bocchi – una somma considerevole.

Articoli di stampa nazionale:
https://www.lastampa.it/cronaca/2014/07/24/news/violenza-sessuale-arrestati-a-vicenza-1.35736785
https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/08/vicenza-soldato-usa-domiciliari-in-caserma-scappa-stupra/1256953/
https://www.ilgazzettino.it/home/violenza_sessuale_soldati_americani_vicenza_variati-511543.html

DIRITTO PENALE: STALKING NOT STALKING

La fine di una relazione può generare terribili conseguenze in grado di andare ben oltre la perdita sentimentale. Talvolta deflagrano in terribili conflitti che arrivano fino alle aule giudiziarie penali. Questo è stato il caso di una donna, che nel tentativo di recuperare il rapporto col proprio ex partner si è vista trascinare in Tribunale con l’accusa di stalking. Chiedeva pertanto la nostra assistenza legale, certa della propria innocenza e onestà di intenti.
Il processo, tuttavia, si dimostrava da subito molto delicato e tecnicamente complesso. Il Pubblico Ministero richiedeva, già nelle prime battute del procedimento, un’incidente probatorio per valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputata.

Superata positivamente questa fase, l’accusa presentava un’enorme mole probatoria contro la nostra assistita, comprendente intercettazioni telefoniche e numerose testimonianze a suffragio delle doglianze della presunta vittima.
Si decideva, pertanto, di rispondere con altrettanta veemenza a tali iniziative processuali, portando a nostra volta numerosi testimoni a favore ed offrendo una più corretta e verosimile ricostruzione dei fatti.
Le versioni proposte dai testi di controparte venivano minuziosamente confutate nella cross-examination, facendo emergere tutte le lacune e le incongruenze che via via emergevano dai diversi racconti.
Infine, grazie ad una lucida discussione finale, si riusciva ad ottenere la derubricazione dello stalking nel reato di minacce con l’applicazione della pena minima di 2 mesi di reclusione, sospesa mediante condizionale.

RESCISSIONE DEL GIUDICATO

Presenziare al proprio processo è un diritto inviolabile di ogni persona, tanto importante e basilare che una sua violazione può portare all’annullamento dell’intero procedimento. Tuttavia dare prova della sua inosservanza è cosa che richiede un’elevata perizia tecnica. Un assistito dello Studio, che a noi si era affidato per la cura della fase esecutiva della sua pena carceraria, veniva raggiunto da un’ulteriore condanna definitiva, comminata in un processo a cui lui, non solo non aveva preso parte, ma di cui non era mai stato a conoscenza.

Si decideva, quindi, di avanzare la cosiddetta azione della rescissione del giudicato, introdotta dal legislatore a far corso dall’anno 2017, volta ad ottenere, appunto, la rescissione della sentenza definitiva di condanna per l’incolpevole mancata conoscenza del processo da parte del nostro assistito.
L’azione richiedeva un attento studio della documentazione di causa e la stesura di una difesa tecnica molto complessa all’esito della quale si otteneva l’integrale annullamento della sentenza di condanna.

SALVATO DALLA CONFISCA

Chiedeva assistenza legale allo Studio un cliente fermato alla guida del proprio furgone con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/L ricadendo, pertanto, nell’area del penalmente rilevante. Subiva quindi il ritiro della patente e la confisca del mezzo di sua proprietà. La delicatezza della vertenza verteva sulla necessità dell’assistito a non subire la confisca del proprio veicolo in quanto supporto imprescindibile per il proprio lavoro.

In sede penale veniva richiesta la sospensione del procedimento con messa alla prova il cui buon esito portava all’estinzione del reato contestatogli, tuttavia permanevano le problematiche legate alla permanenza della sanzione amministrativa della confisca del mezzo.
Sotto questo versante si proponeva ricorso al Giudice di Pace dove veniva fatta valere l’equivalenza del percorso della messa alla prova con lo strumento dei lavori di pubblica utilità, che hanno come ulteriore effetto quello di evitare la confisca dell’automezzo sul quale il guidatore viene colto ebbro alla guida.
Il Giudice di Pace accoglieva le doglianze da noi offerte ed annullava il provvedimento amministrativo impugnato.
A riprova della correttezza del ragionamento giuridico offerto, poche settimane dopo, la Suprema Corte di Cassazione si pronunciava sulla medesima questione statuendo come anche la sospensione con messa alla prova, se chiesta nei reati per guida in stato di alterazione alcolemica, deve scongiurare la confisca del mezzo.