Casi studio

Casi studio

Abbiamo raccolto alcuni casi significativi degli ultimi anni per dare modo di comprendere al meglio il nostro operato nei diversi ambiti di competenza.

AHMED FDIL BRUCIATO VIVO: LA “GIUSTIZIA” NEL PROCEDIMENTO PENALE MINORILE

Il tuo sogno l’hai realizzato
Il mio sogno era ammazzare un gatto
Quando eravamo dal kebabbaro cosa mi hai detto? – che ho realizzato il mio sogno di ammazzare una persona”.1

Il 13 dicembre 2017, a Santa Maria di Zevio, Ahmed Fdil, “il Baffo”, clochard di 64 anni, veniva bruciato vivo all’interno della propria auto nonché propria abitazione.
Siamo andati a Santa Maria perché non avevamo niente da fare; […] davamo molto fastidio a quel signore, lo facevamo per noia”.
Così si giustificavano gli autori del delitto, due ragazzi di 13 e 17 anni.
Solo il diciassettenne veniva imputato per il reato di omicidio volontario, ex art. 575 c.p., aggravato dalla minorata difesa2, nel procedimento penale R.G.N.R. N° 1872/2017 presso il Tribunale per i minorenni di Venezia.

Il principio della finalità rieducativa della pena

La nostra Carta Costituzionale, all’art. 27, comma 3, sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui obiettivo è il reinserimento nella società del reo, evitando che continui a delinquere una volta espiata la propria pena3. La rieducazione non può coincidere con il pentimento interiore: rieducare un soggetto significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali della vita sociale4.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n°12/1966, ha fatto propria una concezione polifunzionale della pena. La rieducazione del condannato rimane pur sempre inserita nel trattamento penale vero e proprio, in concorso con le altre funzioni della pena e “non può essere inteso in senso esclusivo e assoluto”.
La pronuncia chiarisce che le pene devono tendere alla rieducazione: il legislatore ha l’obbligo di tenere costantemente di mira la finalità rieducativa e di disporre di tutti i mezzi idonei a realizzarla ove la pena, per sua natura ed entità, si presti a tale scopo.
Il principio della rieducazione del condannato è stato elevato al rango di precetto costituzionale ma ciò “senza negare l’esistenza e la legittimità della pena là dove essa non contenga, o contenga minimamente, le condizioni idonee a realizzare tale finalità, considerando le altre funzioni della pena che […] sono essenziali alla tutela dei cittadini e dell’ordine giuridico contro la delinquenza”5.

Il processo penale minorile

Questo principio trova applicazione anche all’interno del processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. n°448/19886, il quale si differenzia dal processo penale ordinario poiché tende alla responsabilizzazione piuttosto che alla punizione del minore evitando, ove possibile, la misura più restrittiva della libertà personale, ovvero il carcere (Cass.Pen. n°78/1989 in armonia con il comma 3, art. 27 Cost. e l’art. 14, paragrafo 4, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York nel 1966).
Nell’ambito del processo minorile occorre ricordare che la legge dispone la non imputabilità per i minori infraquattordicenni (art. 14 D.P.R. n°448/1988), i quali non potranno rispondere del reato commesso poiché si presuppone che la loro immaturità non gli permetta di comprendere appieno la loro condotta (art. 97 c.p.).
Tuttavia, nel caso in cui il minore venga ritenuto socialmente pericoloso sono previste misure di sicurezza quali la libertà vigilata e, nei casi più gravi, il collocamento in un riformatorio giudiziario (art. 224 c.p.). Se il delitto di natura non colposa è punito dalla legge con l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni è sempre ordinato il ricovero del minore nel riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni.

Anche io ho messo a fuoco il fazzolettino avvicinandolo all’accendino che il mio amico aveva acceso, volevo fare uno scherzo al Baffo
Avete fatto una grossa cazzata, non so se ve ne rendete conto
Lo so, è morto me ne rendo conto. Se mi diceva che voleva ammazzarlo non lo seguivo, ma che c… ne sapevo che lo buttava il fazzoletto incendiato sopra delle buste di carta [… ]. Allora eravamo lì come tutti i giorni a rompergli, quando gli viene l’idea di andare a prendere un po’ di carta in pizzeria. Non mi aspettavo che succedesse sto casino…”.
Nonostante quanto emergeva dagli atti di inchiesta, in riferimento a una chat tra il tredicenne e un suo amico, dove il minore ammetteva di aver infastidito l’uomo e di essersi reso responsabile dell’omicidio, non veniva applicata alcuna misura di sicurezza.
Il Tribunale dei minorenni di Venezia, su richiesta presentata dal PM in data 26.03.2018, affidava il minore N. al Servizio Sociale Ulss 9 Scaligera, con collocamento in idoneo ambiente etero-famigliare, ad esclusione della comunità in cui era collocato il correo “San Francesco” sita in San Zenone di Minerbe.
Incaricava il Servizio Sociale di svolgere un monitoraggio dell’evoluzione delle condizioni del minore, con ogni opportuno intervento di supporto educativo e scolastico.
Il collegio riteneva la condotta del minore gravissima e sintomatica, unitamente al constatato degrado abitativo nonché la totale incuranza verso l’attività scolastica, di una seria mancanza di consapevolezza di sé e della società e di autoregolazione dei propri impulsi, idonei alla reiterazione di ulteriori atti pregiudizievoli.

La messa alla prova

L’amico diciassettenne G.V. fu unico imputato dell’omicidio davanti al Tribunale dei Minori di Venezia che gli concedeva il beneficio della messa alla prova per tre anni, disponendone il collocamento presso la Comunità “San Francesco” sita in San Zenone di Minerbe.
Conoscevo il signore chiamato “Baffo” perché lo vedevo spesso al mercato che faceva l’elemosina. In passato assieme al mio amico sono andato a infastidirlo. Ricordo che in quelle circostanze il mio amico gli diceva parole tipo barbone di merda. Io gli chiedevo le sigarette […]
In relazione al 13 dicembre 2017 ricordo che ho incontrato N. al parco; siamo rimasti li una mezz’ora, dopodichè lui mi ha invitato a seguirlo in pizzeria. Si è fatto dare delle salviette di carta […], ci siamo quindi diretti verso il posto dove si trovava la macchina del barbone e lui ha incendiato una salvietta; gli ho detto di non fare stronzate”.
La messa alla prova, disciplinata dall’art. 28 del D.P.R., consiste nella sospensione del processo per un periodo di tempo entro il quale il minore svolgerà attività non retribuita funzionale alla sua rieducazione. L’istituto è applicabile a tutte le fattispecie di reato, prescindendo dalla loro gravità.
La sospensione viene disposta per un periodo non superiore a un anno; nel caso in cui il reato per cui si procede preveda la pena dell’ergastolo ovvero la pena della reclusione nel massimo non inferiore a 12 anni, il processo è sospeso per un periodo non superiore a 3 anni.
Ne si deduce che il diciassettenne, in un procedimento penale ordinario, sarebbe stato condannato ad un pena non inferiore a 12 anni di reclusione.

L’aspetto che evidenzia l’ingiustizia della vicenda è dato all’art. 29 del D.P.R.: “Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo […]”.
L’avv. Alessandra Bocchi, legale del sig. Salah Fdil, nipote del deceduto, spiegava che fu decisivo il parere del responsabile dei Servizi Sociali secondo cui il diciassettenne avrebbe dimostrato pentimento.
Lui era ancora vivo – ha detto un anziano che ha cercato di soccorrerlo – si lamentava, metà corpo era già fuori, ma era pieno di fiamme”.
I reperti rilevati in sede di ispezione cadaverica risultavano compatibili con quanto è di frequente riscontro nel caso di morti riconducibili a lesioni da calore (da fiamma diretta).
Non venivano riscontrate lesioni traumatiche ascrivibili all’azione di terzi.
L’uomo morì carbonizzato alle ore 20:05 del 13.12.2017 come confermava l’esame autoptico effettuato sul cadavere7.

Uno dei principi fondamentali del processo minorile è quello della residualità della detenzione, prevista per reati di particolare gravità, come l’omicidio.
Residualità della misura carceraria tuttavia non significa assenza di risposta al fatto di reato.
L’art. 7 del D.Lgs. n°272/19898 – Norme di attuazione del codice del processo penale minorile – prevede che in caso di condanna penale definitiva il minore venga destinato ad un Centro per la giustizia minorile.
Nel 2018 il Corriere della Sera pubblicava l’articolo “48 ore in un carcere minorile”9 dopo aver visitato l’Istituto penale di Quartucciu, dove i ragazzi gestiscono la propria esistenza in un’ottica di responsabilizzazione massima, frequentando scuole e corsi di formazione all’esterno nonché restando immersi nel tessuto famigliare e affettivo.
Qui è detenuto Lucio Marzo che, il 3 settembre 2017, ancora minorenne, uccise la fidanzata Noemi Durini.
Dopo aver confessato di averla percossa e sepolta viva, diversamente dal caso in esame, veniva condannato dal Tribunale dei Minori di Lecce a 18 anni e otto mesi di reclusione per il reato di omicidio volontario aggravato10.

La violazione del diritto fondamentale del rispetto della dignità umana

Ai sensi dell’art. 10 del D.P.R., nel processo minorile non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato. La persona offesa non può costituirsi parte civile.
Il Tribunale dei Minori di Sassari, nel 1997, sollevava, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo e secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 del D.P.R.11, nella parte in cui prevede che nel procedimento penale non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno derivante dal reato. Il Tribunale riteneva che il divieto di costituzione di parte civile non solo violasse il principio di uguaglianza, in quanto pone la persona offesa dal reato ascritto al minore in una posizione deteriore rispetto a quella dell’offeso da un reato attribuito ad un maggiorenne, ma comprimesse irragionevolmente il diritto del danneggiato di agire in giudizio a tutela delle proprie ragioni.
Si costituiva in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che la questione fosse dichiarata infondata; l’Avvocatura affermava che il processo rieducativo del minore non dovesse rimanere turbato dalla presenza di un soggetto “antagonista”, portatore di interessi privati estranei a quelli perseguiti dallo Stato nei confronti dell’imputato minorenne. La Corte concluse che l’interesse del legislatore assume un risalto preminente rispetto alla tutela degli interessi del danneggiato dal reato all’interno del procedimento minorile.
L’impossibilità di esercitare l’azione civile per ottenere il risarcimento del danno comporta, a mio avviso, una violazione del diritto fondamentale del rispetto della dignità umana.
A dichiarare espressamente inviolabile questo diritto è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea12, che costituisce il primo valore fondativo dell’Unione, considerato indivisibile e universale, accanto a quelli della libertà, uguaglianza e solidarietà. L’art. 1 sancisce: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”.
Fanno seguito gli artt. 2 e 3 che riconoscono il diritto fondamentale alla vita e il diritto all’integrità fisica e psichica della persona.
Com’è possibile che un uomo, bruciato vivo per noia, venga considerato l’antagonista nel procedimento minorile a carico di colui che lo ha privato della propria vita?

INCINTA DI SEI MESI VIENE VIOLENTATA DA DUE SOLDATI AMERICANI – A LEI UN RISARCIMENTO DA 190 MILA DOLLARI

1. La violenza sessuale
15 luglio 2014.
Verso le 02.30 del mattino Raluca Mariana Ungureanu, di professione prostituta, incinta di sei me<si, si trovava nei pressi della birreria “Sartea” di Vicenza, ubicata in Viale San Lazzaro.
Qui veniva avvicinata da due giovani di colore, due militari di nazionalità americana, che si fermavano dinanzi a lei a bordo di un’autovettura cabriolet di colore blu, offrendole la somma di € 200 per una prestazione sessuale.

Mariana all’epoca dei fatti aveva 29 anni. Nata e cresciuta in Romania riferiva che, ancora bambina, la madre era molto affettuosa mentre il padre era più severo.
I genitori divorziarono quando lei era ancora piccola ma continuarono a vivere da separati in casa.
Fino al 2012 Mariana ha vissuto in Romania insieme al padre della sua prima bimba fino a quando questi, dedito all’uso di sostanze alcoliche, la abbandonò.
Fu allora che decise di trasferirsi in Italia dove trovò lavoro come badante di un anziano signore.
Alla morte di quest’ultimo, stante la crisi economica, iniziò a prostituirsi al fine di mantenere la figlia.

La mattina del 15 luglio 2014 Mariana acconsentiva di salire a bordo con i giovani, sul sedile posteriore, indicando ai due un luogo poco distante dove appartarsi.
Tuttavia i ragazzi decidevano di recarsi verso una strada sterrata nei pressi del locale notturno “Kiss Kiss”.
Mariana chiedeva a questo punto di essere riportata indietro, facendo loro notare di essere incinta, ma i due non risposero.
Giunti sul posto, il ragazzo alla guida dell’auto si posizionava sul sedile posteriore accanto alla donna e, afferrandole la testa per il capelli, pretese un rapporto orale.
Mariana si opponeva chiedendo un rapporto protetto e un pagamento anticipato.
L’uomo reagiva violentemente, percuotendola e costringendola a un rapporto orale non protetto. Il secondo passeggero pretendeva e otteneva un analogo rapporto.
I due, tenendola per il collo, le strappavano gli slip e a turno la penetravano in vagina senza preservativo, introducendole anche delle dita nell’ano.
La ragazza veniva più volte apostrofata “puttana di merda” ovvero “metto il cazzo nel tuo figlio” (traduzione operata dall’interprete in udienza).
Le violenze avvenivano dentro e fuori dall’auto; Mariana veniva picchiata con pugni sul corpo, in particolare sul volto e sulla schiena, nonostante l’evidente stato di gravidanza (accertata alla ventisettesima settimana).
Uno dei due aggressori eiaculava nella bocca della donna.
Le violenze avevano fine intorno alle 05.00; i giovani si impossessavano della somma di € 40 che Mariana aveva nella tasca della giacca e si allontanavano gettandole a terra il telefono e altri effetti personali.
La ragazza nel corso delle violenze avvenute fuori dall’auto ne aveva memorizzato il numero di targa; chiamava subito in suo aiuto l’amica Andreea Guiman che la raggiungeva e telefonarono al 112.
Alle 05.30 una pattuglia dei Carabinieri del Nucleo Operativo della compagnia SETAF di Vicenza giungeva sul posto.
La Guiman riferì ai Carabinieri che si trovava presso l’hotel Cavallino di Montecchio Maggiore, dove abitualmente risiedeva, quando veniva contattata telefonicamente dall’amica che le chiedeva di raggiungerla poiché era stata violentata da due militari americani. Infatti l’amica, raggiunta Mariana, la trovava in stato di agitazione, parzialmente svestita, con lividi al volto e sui piedi (verbale s.i.t. Guiman Radita Andreea del 15.07.2014).

Mariana venne portata al Pronto Soccorso ginecologico dell’Ospedale di Vicenza dove le venivano refertati un trauma escoriato al volto e al naso (referto di PS), arrossamento al ginocchio destro e graffi al dorso e alla spalla sinistra, con prognosi di 20 giorni.
Il fascicolo fotografico evidenziava alcune lesioni quali un ematoma all’occhio destro e il palese stato di gravidanza della donna.
Gli esami volti all’accertamento della presenza di spermatozoi e di liquido seminale nella vagina della vittima davano esito negativo.

La Ungureanu veniva immediatamente sottoposta a individuazione fotografica e riconosceva nei suoi aggrassori l’americano Gray Jerelle Lamarcus, nato a Detroit (USA), il 28.06.1992, militare statunitense, domiciliato a Vicenza presso la caserma “Del Din”, conducente dell’autovettura nonché l’aggrassore che le eiaculò in bocca e l’amico McCullough Darius Montre, nato a Hickory (USA), il 12.06.1993, militare statunitense, domiciliato a Vicenza presso la caserma “Del Din” (verbale 15.07.2014).

Alle ore 13 del giorno medesimo i militari dell’Arma si recavano presso la caserma “Del Din” dove procedevano all’identificazione dei due militari nonché alla perquisizione dell’autovettura del Gray, una Ford Mustang, la cui targa corrispondeva a quella indicata in querela dalla vittima.
All’interno della vettura veniva rinvenuto un perizoma di colore fucsia sfilacciato che, come confermato dalle analisi sulle tracce biologiche dei RIS CC Parma, apparteneva a Mariana.
Effettuando ulteriori accertamenti sul veicolo sottoposto a sequestro venivano isolate e sequestrate varie formazioni pilifere, una fibra di colore fucsia di 2 cm rinvenuta sul sedile posteriore e due tracce dattiloscopiche rinvenute sull’esterno del finestrino dello sportello anteriore destro.
Gli esiti delle analisi biomolecolari compiute sui reperti rinvenuti nell’auto del Gray evidenziavano che alcuni capelli trovati nell’abitacolo appartenevano alla Ungureanu.
Le analisi compiute sui liquidi biologici prelevati con tampone vaginale effettuato sulla vittima evidenziavano un “assetto aplotipico maschile misto” contenente “le componenti alleliche degli aplotipi maschili” del Gray e del Mccullough (analisi RIS CC Parma 13.11.2014).

2. Il processo
La notizia di reato veniva immediatamente iscritta al ruolo n° 5347/14 R.G.N.R. presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza.
Mariana venne difesa dall’Avv. Alessandra Bocchi del Foro di Vicenza.
In data 17.07.2014, due giorni dopo l’accaduto, il P.M. depositava richiesta di applicazione della misura cautelare nei confronti di Gray Jerelle Lamarcus e McCullough Darius Montre in ordine:
a) al reato di cui all’art. 609 octies c.p. (violenza sessuale di gruppo) perchè con violenza consistita nel percuoterla, nello sferrarle pugni su tutto il corpo e nell’afferrarla alla gola e tenerla stretta al collo costringevano Ungereanu Raluca Mariana a subire plurimi atti sessuali, penetrandola entrambi in vagina e costringendola entrambi a effettuare rapporti orali.
b) al reato di cui agli artt. 110, 582 c.p. e 61 n°2 c.p. perchè, al fine di commettere il reato di cui al capo precedente, percuotendola con pugni al corpo e al volto, afferrandola alla gola, le cagionavano lesioni personali consistite in plurime ecchimosi, contusioni in particolare all’occhio destro e 20 gg di malattia.
c) al reato di cui agli artt. 110, 624, 61 n°5 c.p. perchè, in concorso tra loro, al fine di profitto, nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al precedente sub a) si impossessavano della somma di € 40,00 sottraendola dalla giacca indossata da Ungureanu Raluca Mariana. Con l’aggravante di aver commesso il fatto profittando di circostanze tali da ostacolare la difesa della p.o.
In Vicenza il 15 luglio 2014.

Il GIP – Giudice per le Indagini Preliminari – nella persona del dott. S. Furlani riteneva sussistenti gravi indizi dei reati desunti: le parole della donna risultavano credibili attesi i chiari segni di violenza riscontrati sul suo corpo al ricovero in pronto soccorso, compatibili con le molte percosse patite.
Inoltre sulla tappezzeria del sedile anteriore destro, localizzate nello schienale – parte inferiore posteriore dell’auto del Gray venivano riscontrate tracce di sangue.
Il GIP ritenne che le modalità dell’azione ossia l’aver infierito nei confronti di una persona in stato di soggezione e minorata difesa per la condizione di prostituta, di donna incinta, per essere stata portata in un luogo ove lei non voleva e per essere stati, gli aggressori, in due, militari di professione e perciò avvezzi ad usare con efficacia una significativa forza, nonché l’assenza di ogni giustificazione al fatto mostrassero la chiara indole violenta e malvagia dei prevenuti e il pericolo che essi potessero reiterare i reati.
Il Gray infatti risultava già indagato presso la medesima Autorità per analoghi fatti di violenza sessuale.
Ritenuta l’incapacità degli indagati di raffrenare gli impulsi violenti e di dominarsi, denotando un’intima adesione al delitto, il GIP applicava loro la misura cautelare degli arresti domiciliari (art. 273 e ss c.p.p.) presso la Caserma Del Din di Vicenza, palazzina 23, prescrivendo di non allontanarsi da detta struttura senza autorizzazione del giudice.

L’imputato Gray si sottoponeva a interrogatorio solo alcuni mesi dopo i fatti, in data 26.11.2014, fornendo una versione diamentralmente opposta dell’accaduto.
Questo riferì essere stata la donna ad avvicinarli per offrire loro un incontro a pagamento per la cifra di € 40 ciascuno; a suo dire fu il McCullough che si offrì di pagare l’incontro invitando la donna a salire in auto sul sedile posteriore.
Il Gray affermava di aver consumato per primo con Mariana un rapporto orale svoltosi senza alcuna forzatura. Proseguiva ricordando che la Ungureanu si toglieva gli slip volontariamente (indumento ritrovato invece strappato) e salendo sopra di lui iniziava un rapporto penetrativo non protetto.
Non si accorgeva dello stato di gravidanza della donna.
Uscito dall’auto riferiva che al suo posto entrò il McCullough che consumava con la donna un rapporto intenso sia all’esterno che all’interno della vettura.
Al termine del rapporto tra i due (che secondo l’imputato si trovavano ancora seduti sul sedile anteriore, lato del passeggero) il Gray, che si trovava fuori dall’auto, lato guidatore, raccontava di aver udito la Ungereanu pretendere un maggior importo di € 200 dall’amico e notava che la donna estraeva dalla borsa un coltello; questi, pur trovandosi dal lato opposto dell’abitacolo, riusciva comunque ad afferrare la mano della donna e a disarmarla.
Dopo aver convinto la Ungereanu a uscire dall’auto i due imputati si allontavano.
Merita di essere riportato che la difesa del Gray chiese e ottenne che lo stesso, nel corso delle indagini preliminari, venne sottoposto a perizia psichiatrica nelle forme dell’incidente probatorio.
All’età di 17 anni l’imputato, al termine di un litigio con il proprio titolare di lavoro, cadeva a terra e sbatteva la testa; questo gli causava problemi alla vista, nervosismo e difficoltà mnemoniche, pertanto veniva seguito da medici e psichiatri per qualche tempo.
Tre anni dopo il Gray cadeva dallo snowboard picchiando nuovamente la testa.
L’esame psichico venne condotto dal perito dott. Arsie e portava alla formulazione della diagnosi di una lieve sindrome post concussiva da trauma cranico chiuso minore, di lieve sindrome ansioso-depressiva reattiva, di problematiche di periodica intossicazione acuta da alcol.
A fronte di tale quadro clinico il perito ritenne pienamente conservate la capacità di intendere e volere dell’imputato al momento dei fatti.
Il giudizio conclusivo del perito veniva condiviso anche dal CT di parte offesa.
L’imputato inoltre, in data 06.12.2014, evadeva dagli arresti domiciliari ai quali era stato sottoposto; venne successivamente arrestato perchè trovato in zona San Lazzaro, con lesioni al volto, dopo che, in stato di intossicazione alcolica, aveva molestato e cagionato lesioni a due prostitute rumene (verbale di arresto – Questura di Vicenza).

Il McCullough affidava la sua versione a dichiarazioni scritte depositate il giorno precedente l’udienza di discussione.
Questi confermava il prezzo della prestazione offerto dalla prostituta ossia di 40 € a testa e dichiarava di non essersi accorto dello stato di gravidanza della stessa.
Affermava che il Gray consumò il rapporto per primo, senza alcuna violenza.
Giunto il suo turno McCullough prendeva il posto del Gray; l’azione si consumava sia all’interno che all’esterno della vettura tant’è vero che venne rinvenuta sul vetro, parte esterna dello sportello anteriore destro dell’autovettura, un’impronta appartenente al dito medio della mano destra del Mccullough. Questi dichiarava di non riuscire a portare a compimento il rapporto pertanto desisteva.
Il Gray invece, che intendeva consumare un nuovo rapporto, rientrava in auto sul sedile posteriore.
Sarebbe stato questi a raccontargli che la donna, in quel momento, aveva tentato di estrarre dalla borsa un coltello pretendendo più del prezzo pattuito per le prestazioni.
Quindi, fatta scendere la donna dall’auto, si allontavano.
Le ricostruzioni dei fatti, effettuate dai due imputati, sono esattamente opposte.

Il coltello a cui faceva riferimento il Gray non veniva mai rinvenuto.
Entrambi gli imputati chiesero che il processo venisse definito con il rito abbreviato (ex art. 438 c.p.p.: all’udienza preliminare allo stato degli atti).

3. La sentenza di condanna
Valutate le versioni di tutte le parti e sottolineate le continue contraddizioni degli imputati, l’intensità del dolo che ha caratterizzato il loro agire e la particolare riprovevolezza della loro condotta, il Giudice dell’Udienza Preliminare Roberto Venditti condannava gli imputati alla pena di sei anni di reclusione ciascuno, oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia in carcere, tenuto conto della diminuzione di pena per il rito.
Dichiarava altresì gli stessi interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.

4. I diversi epiloghi della vicenda
4.1 Il risarcimento del danno
Mariana, difesa dall’Avv. Alessandra Bocchi, non si costituiva in giudizio come parte civile nel procedimento penale di cui sopra.
L’Avv. Bocchi adottò una diversa strategia a tutela della propria assistita, consapevole della scarsa probabilità di poter ottenere un equo risarcimento da parte dei due imputati.

È risaputo che, con estrema frequenza, le autorità Usa chiedono all’Italia di rinunciare alla giurisdizione al fine di celebrare il processo dinanzi alla Corte Marziale americana: generalmente il Ministro della Giustizia italiano acconsente.

In questo caso il sindaco di Vicenza Achille Variati, in carica nel periodo in cui si svolgevano i fatti, si oppose preventivamente a un’eventuale richiesta da parte dell’Esercito americano di poter giudicare in patria i due soldati Usa, alla luce dell’art. 7 della Convenzione di Londra, ratificata nel 1956, il quale prevede che in merito ai reati commessi dai militari NATO si voglia concedere la giurisdizione del Paese d’origine; un ostacolo non indifferente per le vittime italiane.
“In via cautelare preventiva – scriveva il sindaco nella missiva indirizzata al Ministro della Giustizia Orlando – si chiede al Ministro di respingere un’eventuale richiesta di rinuncia alla giurisdizione italiana” ricordando che il Gray era stato accusato in precedenza di un caso analogo che aveva visto per vittima una ragazza minorenne.
“I due soldati americani saranno processati in Italia. Non ci sarà rinuncia alla giurisdizione” – il Ministro Orlando annunciava la sua intenzione di respingere l’eventuale richiesta delle autorità statunitensi di far celebrare il processo negli Stati Uniti.
Da parte loro gli americani si rifanno alle intese che sussistono tra Italia e Usa.
«Secondo gli accordi Sofa (Status of forces Agreement), gli Stati Uniti chiedono alla nazione ospitante il trasferimento della giurisdizione – spiega il maggiore Mike Weisman, portavoce della 173/a Brigata – in tutti i casi in cui personale militare statunitense è coinvolto».

Gray Jerelle Lamarcus e McCullough Darius Montre venivano condannati il 09.04.2015 dal Tribunale di Vicenza con sentenza n° 235/2015.
Il dubbio dell’Avv. Bocchi: gli Usa avrebbero riconosciuto la giurisdizione italiana?
Inizialmente il legale lamentava un “muro di gomma americano”;
«Stiamo chiedendo alla Caserma collaborazione ma in cambio stiamo ottenendo solo silenzio – accusava l’avvocato – Nessuna delle nostre richieste non solo non è stata accolta, ma nemmeno ha ricevuto una risposta. Vorremo, per esempio, che- fosse l’esercito americano a sostenere le spese di determinati esami specifici prenatali a cui dovrà sottoporsi la nostra assistita» – riferiva.

Questo diede vita a una serie di trattative con lo United States Sending State Office (USSSO) in Italia, l’ufficio diplomatico – legale del Dipartimento della Difesa che sovrintende all’amministrazione dell’Accordo sullo Stato delle Forze NATO (SOFA – State of Forces Agreement) in Italia.
Oltre a svolgere la funzione di consulente legale per l’Addetto alla Difesa, per l’Ufficio della Cooperazione per la Difesa e per il team diplomatico in Italia, lo USSSO è in primo luogo il rappresentante legale in Italia del Comando centrale americano in Europa (U.S. European Command – EUCOM).
Con sede a Napoli, l’ufficio venne istituito nel 1956.
L’obiettivo principale era quello di fornire le strutture e i servizi necessari all’applicazione in Italia degli articoli VII e VIII dell’Accordo SOFA relativi all’esercizio della giurisdizione penale, all’elaborazione delle richieste di risarcimento per danni e altre analoghe funzioni legali e di mediazione presso il governo italiano.
Lo USSSO possiede le credenziali diplomatiche per rappresentare gli interessi degli Stati Uniti in tutte le questioni che riguardano la presenza delle Forze Armate Usa in Italia presso il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero della Giustizia, il Ministero degli Interni, il Ministero delle Finanze, il Ministrero della Difesa, del Lavoro e dei Trasporti.

Mariana venne sottoposta a una perizia effettuata direttamente dal distretto medico americano che le riconobbe un danno biologico del 30%.
Le venne altresì riconosciuto un disturbo da stress post-traumatico causa di disabilità sociale e fisica.
Alla luce di tali analisi l’esercito Usa risarciva Mariana con la somma di 187.624 dollari ossia circa € 160.000.
L’accettazione della richiesta di risarcimento, arrivata all’Ufficio legale della Setaf il 15 settembre 2015, portava la firma del tenente di vascello della marina statunitense Jessica K. Woo.
A fare da intermediario fu il Ministero della Difesa attraverso il Segretario generale del VI reparto – Contenzioso e Affari legali – di Via XX settembre a Roma.
Mariana, accompagnata in questo percorso sempre dai legali Avv. Alessandra Bocchi e Masina Varriale, faceva ritorno in patria per raggiungere la sua famiglia la settimana successiva.

4.2 I condannati
Come anticipato i due imputati vennero condannati a sei anni di reclusione ciascuno.

I loro avvocati decisero immediatamente di appellare la sentenza emessa dal GUP davanti alla Corte d’Appello di Venezia.
All’udienza del marzo 2016 le difesa erano riuscite ad ottenere un ridimensionamento delle pene a 4 anni e mezzo ciascuno.
Gli avvocati, anche nel ricorso in Cassazione, sollevavano una serie di dubbi in merito alla ricostruzione di quanto accaduto la notte del 15 luglio 2014.
Per i legali non ci sarebbe stato nessuno stupro ma prestazioni sessuali concordate con la prostituta incinta, consumate nei sedili posteriori di una coupè, con il perizoma di lei che si era rotto e non strappato.
Il litigio sarebbe nato quando Mariana aveva preteso più soldi di quanti pattuiti e avrebbe tirato fuori dalla borsa un coltello.
Stando alle difese, quando la donna aveva chiesto aiuto prima all’amica e poi ai Carabinieri, era per il furto subito e non per il presunto stupro.
Nell’aprile 2017 l’esito della Suprema Corte: i giudici della Corte di Cassazione non hanno concesso alcuno sconto a Gray Jerelle Lamarcus e a Darius Montre McCullough, nel frattempo congedati dall’esercito statunitense.
Il Gray nel frattempo veniva condannato anche a sette anni e mezzo per lo stupro di una minore di 17 anni avvenuto nel mese di novembre 2013.
L’uomo deve versare una provvisionale immediatamente esecutiva di centomila euro nei confronti della vittima che si era costituita parte civile.

DIRITTO PENALE: STALKING NOT STALKING

La fine di una relazione può generare terribili conseguenze in grado di andare ben oltre la perdita sentimentale. Talvolta deflagrano in terribili conflitti che arrivano fino alle aule giudiziarie penali. Questo è stato il caso di una donna, che nel tentativo di recuperare il rapporto col proprio ex partner si è vista trascinare in Tribunale con l’accusa di stalking. Chiedeva pertanto la nostra assistenza legale, certa della propria innocenza e onestà di intenti.
Il processo, tuttavia, si dimostrava da subito molto delicato e tecnicamente complesso. Il Pubblico Ministero richiedeva, già nelle prime battute del procedimento, un’incidente probatorio per valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputata.

Superata positivamente questa fase, l’accusa presentava un’enorme mole probatoria contro la nostra assistita, comprendente intercettazioni telefoniche e numerose testimonianze a suffragio delle doglianze della presunta vittima.
Si decideva, pertanto, di rispondere con altrettanta veemenza a tali iniziative processuali, portando a nostra volta numerosi testimoni a favore ed offrendo una più corretta e verosimile ricostruzione dei fatti.
Le versioni proposte dai testi di controparte venivano minuziosamente confutate nella cross-examination, facendo emergere tutte le lacune e le incongruenze che via via emergevano dai diversi racconti.
Infine, grazie ad una lucida discussione finale, si riusciva ad ottenere la derubricazione dello stalking nel reato di minacce con l’applicazione della pena minima di 2 mesi di reclusione, sospesa mediante condizionale.

RESCISSIONE DEL GIUDICATO

Presenziare al proprio processo è un diritto inviolabile di ogni persona, tanto importante e basilare che una sua violazione può portare all’annullamento dell’intero procedimento. Tuttavia dare prova della sua inosservanza è cosa che richiede un’elevata perizia tecnica. Un assistito dello Studio, che a noi si era affidato per la cura della fase esecutiva della sua pena carceraria, veniva raggiunto da un’ulteriore condanna definitiva, comminata in un processo a cui lui, non solo non aveva preso parte, ma di cui non era mai stato a conoscenza.

Si decideva, quindi, di avanzare la cosiddetta azione della rescissione del giudicato, introdotta dal legislatore a far corso dall’anno 2017, volta ad ottenere, appunto, la rescissione della sentenza definitiva di condanna per l’incolpevole mancata conoscenza del processo da parte del nostro assistito.
L’azione richiedeva un attento studio della documentazione di causa e la stesura di una difesa tecnica molto complessa all’esito della quale si otteneva l’integrale annullamento della sentenza di condanna.

SALVATO DALLA CONFISCA

Chiedeva assistenza legale allo Studio un cliente fermato alla guida del proprio furgone con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/L ricadendo, pertanto, nell’area del penalmente rilevante. Subiva quindi il ritiro della patente e la confisca del mezzo di sua proprietà. La delicatezza della vertenza verteva sulla necessità dell’assistito a non subire la confisca del proprio veicolo in quanto supporto imprescindibile per il proprio lavoro.

In sede penale veniva richiesta la sospensione del procedimento con messa alla prova il cui buon esito portava all’estinzione del reato contestatogli, tuttavia permanevano le problematiche legate alla permanenza della sanzione amministrativa della confisca del mezzo.
Sotto questo versante si proponeva ricorso al Giudice di Pace dove veniva fatta valere l’equivalenza del percorso della messa alla prova con lo strumento dei lavori di pubblica utilità, che hanno come ulteriore effetto quello di evitare la confisca dell’automezzo sul quale il guidatore viene colto ebbro alla guida.
Il Giudice di Pace accoglieva le doglianze da noi offerte ed annullava il provvedimento amministrativo impugnato.
A riprova della correttezza del ragionamento giuridico offerto, poche settimane dopo, la Suprema Corte di Cassazione si pronunciava sulla medesima questione statuendo come anche la sospensione con messa alla prova, se chiesta nei reati per guida in stato di alterazione alcolemica, deve scongiurare la confisca del mezzo.